Il mistico e l’uomo della strada

Il “Mistico” e i limiti del linguaggio nella filosofia di Stefano Oliva (Artribune 29-01-2025) Intervista di D. Dal Sasso

Verso la fine del Tractatus logico-philosophicus, Wittgenstein inserisce tre proposizioni fulminanti che reimmettono il tema del Mistico, e dunque dei limiti del linguaggio, nel cuore della filosofia del Novecento. Sono rimasto affascinato dal fatto che questo termine, tradizionalmente associato a esperienze spirituali riservate ad anime elette, fosse in realtà l’esito di una costruzione logico-filosofica rigorosa; così come in Weil il misticismo non è alternativo ma convive con una visione del mondo materiale di stampo meccanicista. In entrambi i casi, dunque, il tema del Mistico non ci distoglie dall’esercizio dalla razionalità ma ne rivela la più profonda esigenza di radicare la ricerca del sapere in una condizione avvertita come fondamentale, vitale. Tale condizione sentita e non concettuale, a mio modo di vedere, è ciò che contattiamo nell’esperienza estetica, concepita ovviamente come qualcosa di più ampio rispetto all’esperienza artistica. E paradigma di questo tipo di esperienza è, wittgensteinianamente, il vedere-come, il cogliere un aspetto. Il Mistico può essere pensato come quel cambiamento d’aspetto per cui qualcosa di abituale ci appare improvvisamente come inconsueto. O ancora, Mistico è lo sguardo capace di cogliere come necessario ciò che è contingente. 

6.44 Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è.

6.45 La visione del mondo sub specie aeterni è la visione di esso come una totalità – delimitata -. Il sentimento del mondo come una totalità delimitata è il sentimento mistico.

6.522 Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico.
(L. Wittgenstein, Tractatus…)

In cosa differiscono il punto di vista mistico e il nostro punto di vista abituale? Sono andato a cercare la risposta a questa domanda nella natura “pratica” del Mistico: nessun contenuto segreto, nessuna conoscenza esoterica segna la distanza tra lo sguardo mistico e lo sguardo quotidiano, ma un diverso modo di sentire il mondo, di farne esperienza e di accettarne l’esistenza. Credo che sia questa natura sentimentale a fare del Mistico un genere peculiare di esperienza estetica, il cui principio non è riconducibile a una forma di sapere ma appunto a una condizione sentita, non concettuale, che costituisce un punto d’arresto dell’interrogazione filosofica. Un modo di vedere in cui la richiesta di spiegazioni finalmente si acquieta – senza peraltro aver trovato una risposta. 

Fin dalla nascita settecentesca della disciplina, sappiamo che l’estetica non è estranea all’epistemologia: sentire e conoscere sono attività distinte ma non irrelate e anzi un principio estetico opera proprio al cuore della scienza. Ora, ripensando a tre filoni di ricerca che avevo sviluppato in maniera autonoma l’uno rispetto all’altro, mi sono reso conto che mistica, estetica e psicoanalisi sono in primo luogo tre “scienze”, tre problematiche forme di sapere del corpo, campo di battaglia degli affetti, che proprio nel loro costituirsi in quanto discipline pongono interessanti grattacapi e inquietano il modello di scienza dominante con cui di volta in volta si vengono a confrontare.

con Badiou, direi che il Mistico è strettamente legato a quel rovescio della filosofia che è l’antifilosofia, praticata da una costellazione di autori variamente segnati da un’ispirazione religiosa che concepiscono il proprio pensiero più come atto che come teoria, e si pongono non tanto alla ricerca della verità quanto alla ricerca del senso. Un senso, beninteso, che non si riduce al significato linguistico ma allude ancora una volta alla dimensione sensibile e vitale del pensiero. 

Contro questa indebita linguisticizzazione della musica è proprio Wittgenstein che ci consente in primo luogo di cogliere la frase musicale come forma compiuta e conclusa in sé stessa (l’accostamento tra melodia e tautologia suggerito dal primo Wittgenstein) e, successivamente, di aprire la comprensione musicale al gioco delle somiglianze di famiglia con altre forme espressive, in direzione di un più ampio modello di comprensione gestuale. La comprensione linguistica viene allora illuminata da quanto avviene nella comprensione musicale (e non viceversa): “Comprendere un enunciato significa afferrare il suo contenuto; ed il contenuto dell’enunciato è nell’enunciato”, scrive Wittgenstein nel Libro marrone. Proprio come quando comprendiamo un tema musicale.